Ad
un certo punto della sua infanzia ebbe un'armonica in mano, e questa lo
portò ad essere il più grande innovatore nell'uso dello strumento.
Non è
facile diventare una leggenda da vivi, e soprattutto esserlo già a 30
anni, ma Little Walter ci riuscì.
Era
bluesman fino in fondo nelle sue origini, nel suo essere, nella condotta
di vita, nel vagabondare inquieto e soprattutto lo era nel suo rapporto
con lo strumento, indissolubile ed unico, esasperato, difficile per lui
separarsi da quello che considerava l'esaltazione di se stesso, il mezzo
per emergere dai problemi della vita.
Per quanto riguarda però il suo approccio alla musica, era bluesman
moderno. Moderno non tanto o non solo per via dell'elettrificazione
dello strumento, ma per la compiuta urbanizzazione del suo stile, nel
senso vero della parola. Il suo era blues di città, eseguito con le
nevrosi e le paure dell'uomo moderno, che non ha niente della
rassegnazione dell'uomo di. Questa modernità si evidenzia dal suo modo
di cantare e dal suo stile musicale, veramente unico ed innovativo,
soprattutto nelle incisioni degli anni cinquanta, che è il periodo in
cui produsse le cose migliori.
Ascoltandolo oggi può sembrare normale, ma solo cercando di calarsi in
quei tempi si può capire come fosse una cosa nuova questa armonica usata
non solo per esprimere stati d'animo in aggiunta alle parole, ma usata
con intemperanza di stile e libertà di spazio espressivo per
l'affermazione di un'idea, di un discorso musicale diverso, il suo
proprio ed unico.
Il suo fantastico
impatto e sviluppo sonoro e la sua grande dote compositiva, che gli
fecero scrivere alcuni tra i più bei brani del repertorio blues moderno,
oggi diventato classico, come 'Just Your Fool', 'Can't Hold Out', 'Oh,
Baby', 'Temperature', 'Everything's…', 'Blue and Lonesome', 'Blues with
a feelin'', 'Last Night', e così via, e con questo ricordare che,
insieme a Willie Dixon e Jimmy Reed, è stato uno dei più prolifici
autori di blues di quegli anni di passione, a Chicago.
If you want to play like the Greats...
you have to study the Greats...
Questi sono i veri maestri dell’armonica blues, coloro
che hanno influenzato intere generazioni di armonicisti.
Ognuno di loro
ha ancora molto da insegnare a tutti noi.
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I
P i o n i e r i d e l l'A r m o n i c a
B l u e s
George
Smith, era armonicista e cantante dal grande swing e dalla straordinaria
sensibilità melodica. Il suo stile è fatto di un uso frequente delle
ottave tongue-blocked , di un pulsante vibrato, di un uso innovativo
e fantasioso della terza posizione con la diatonica, ma soprattutto
la lezione che i nipotini bianchi californiani hanno ben imparato
rimane scolpita come nelle tavole di Mosè quando George soffiava
sulla cromatica. A lui si attribuisce lo stile West
Coast-meets-Chicago poi reso celebre dai vari KimWilson, RodPiazza,
William Clarke.
Se
la maggior parte degli armonicisti usava riproporre la linea
melodica dei singoli fiati, Smith con la potenza di suono e
l'approccio ad ottave si può permettere di imitare un'intera sezione
fiati!
Smith non ha mai ricevuto la giusta considerazione ed attenzione del
grande pubblico, e forse neanche di quello blues purtroppo, come
altri (Horton, Walter, Williamson, Cotton, Wells) ma possedeva quel
talento, quella genialità e quella originalità che nell'Olimpo del
Blues gli fa occupare un posto di riguardo. Se oggi vi sconvolgete
con Rod Piazza, se non finite mai di ricordare il grande William
Clarke, se aspettate con ansia il prossimo disco di Wilson, non
dimenticatevi mai di ricordare nelle vostre preghiere notturne il
genio della cromatica…Mr. George Harmonica Smith, magari strappando
l'ultima sigaretta ascoltando "Blues in the Dark"…
Genuina
ed elegante, generosa, creativa, geniale, rude e sottile, giocosa e
tremendamente triste: questa è l'armonica di Sonny Boy Williamson,
quella che ancora possiamo "sentire", non solo ascoltare.
Se
Little Walter fu il più grande innovatore nell'uso dell'armonica,
Sonny Boy Williamson II, fu senz'altro il più geniale ed il più
influente maestro a cui tutti gli armonicisti, anche neri, come
James Cotton e Junior Wells, prima o poi si sono ispirati o hanno
tratto lezioni utili, forse proprio per la caratteristica del suo
stile particolarmente ricco ed articolato, fantasioso, genuino al
100%.
E'
stato un maestro, un genio, un innovatore incredibile nella tecnica
dell'armonica blues e del blues in genere.
Incise brani immortali come Don't Start Me Talking,
Help Me, Keep It To Yourself, Your Funeral and My Trial, Trust My
Baby, Bye Bye Bird, Bring It On Home, Mighty Long Time…
Ciò che si
evidenzia nel suo stile è la sua duttilità e morbidezza, la varietà
degli stati d'animo, la capacità di usare ed inventare un nuovo
vocabolario di toni, arricchito da evoluzioni personali, sia
nell'intensa espressività vocale che nel fraseggio con l'armonica.
Non
sappiamo giudicare se ha raggiunto l'apice ed il punto di
riferimento indiscusso per la tecnica dell'armonica blues, sta di
fatto che tutto quello che era prima di Sonny Boy sembra essere
cancellato dalle innovazioni dello stesso, e tutto quello che verrà
dopo sembra essere un continuo rincorrere la grandezza di quel suono
immortalato nei dischi.
Sonny
Terry ha scritto
pagine indimenticabili nel libro dello stile folk-country
Blues.
La sua padronanza
tecnica gli permetteva una straordinaria
combinazione fra il suono della sua voce e quello della sua
armonica.
Una potente miscela che immediatamente trasporta
l'ascoltatore sul delta del Mississippi alla scoperta delle radici
del blues.
Nato nel lontano 1911, Sonny Terry è diventato, già prima della
Seconda Guerra Mondiale, uno dei migliori armonicisti d'America,
influenzando decine di musicisti che hanno deciso di cimentarsi con
questo strumento istintivo ma difficile da padroneggiare appieno.
Nella sua carriera ha suonato e cantato con tanti grandi, da Woody
Guthrie a Pete Seeger, stupendo tutti con le sue capacità da vero
maestro dello strumento.
Formò
con Browie McGhee, una delle coppie musicali
e longeve della storia del Blues.
Con
la sua tecnica naturale e infallibile ha creato uno stile personale,
e l’impronta lasciata sulla trama del blues chicagoano è senza
uguali: Little Walter forse piaceva più alla gente, Big Walter
Horton piaceva più ai musicisti – ma entrambi furono
fondamentali nel postwar blues, definendo il Chicago style,
e in generale il blues moderno, in un modo così ideale che ancora
oggi fa scuola. Il timbro del suo suono era
grasso, solido, rilassato, malleabile, era così personale e
misterioso da essere irriproducibile. Usava
tutto il registro fino ad arrampicarsi e rimanere sulle note più
alte con destrezza ed efficacia. Aveva un’ottima visione
dell'insieme, e la sua integrazione ritmica dava un’efficace voce
pulsante, eloquente, a volte delicata, a volte commovente, a volte
allegra, a volte aspra, potente, in grado di cambiare o di marcare
espressività al brano. Sceglieva le note con gusto e le srotolava
una per una, chiare, alte, solitarie, affascinanti, e nessuna era
sprecata. La simbiosi con il suono del sax è interessante e punto in
comune con Little Walter, dalla quale si potrebbe tracciare per
entrambi una linea di libertà espressiva pari a quella dei celebri
fiati del bebop, in voga negli anni ’40-’50.
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